:::T come Trasloco:::

Sarà successo pure a te sicuramente
di ritrovarti affaccendato in un trasloco
Che era iniziato forse superficialmente
Che  immancabilmente poi si è complicato
Poco a poco”
                    "Lo scotch" – D. Silvestri
 
Dunque, ci siamo: il trasloco definitivo scatta tra un’ora. La stanza s’è rivelata una sorgente inesauribile di cose da impacchettare.
Ora che abbiamo inscatolato l’inscatolabile, imbustato piadine, friselle e un gatto immaginario, prenotato il trasporto straordinario per la piramide di decolletés, siamo finalmente pronti. Più o meno.
Perché quando traslochi non metti via solo pentole e abiti, ma anche i ricordi, da conservare attentamente. E immagini della vita che c’è stata tra le mura che lasci. Improvvisamente ti pare essenziale memorizzare l’ordine dei libri e dei soprammobili sulla libreria, ti pare che senza imparare a memoria quella sequenza studiata maniacalmente per anni, potresti perderti e non ritrovarti più.

E anche dentro gli scatoloni si ricreano ordini che travalicano il puro senso pratico: i libri si impilano e incastrano lasciando a galla quelli più amati, perché le storie più belle, foriere di certezze tascabili, abbiano abbastanza luce ed aria, nel tempo che resteranno imballate.

Magari si fa pulizia tra i quintali di appunti dei tempi dell’università, così ti cade sotto gli occhi una grafia sconosciuta che, diamine, era proprio la tua, piccola, fitta e precisa. Ti chiedi quali sicurezze hai perso nel tratto che ti ha portato dal primo anno lontano da casa sino alla scrittura sbilenca, svolazzante e disordinata di 12 anni dopo.
Fatto sta che a un certo punto chiudi tutto e non ci si pensi più. Intanto ti avvicini con la testa, e i piedi, alla nuova casa.

Con prese di posizione…e di possesso.

 

“E che cosa vi posso dire?
traslocare è un po’ morire
sperando di tornare a campare.
Qualcosa volutamente da dimenticare
qualcosa da comprare
pensando a chi potrebbe piacere.
Non ne possiamo parlare,
bisognerebbe prima finire
portare, contare, sistemare,
piantare alberi in una stanza
smuovere l’aria con il vento dell’estate.
Vi prego amici, rimanete
Anche se non so dove vi sedete”.

                                                T. Servillo

::: Dagli appendini alle ante :::

 

 E così, durante le ferie, tutta la grande famiglia Curva si è data ai lavori pesanti. Sì, perché uno dice: “oh caruccia la casa, e poi non ha bisogno di grandi interventi”. Vi garantisco che anche quelli piccoli sono stati abbastanza devastanti.

Tutto è cominciato dalla rimozione, in bagno e cucina, dei 20.000 orribili appendini che corredavano le pareti. C’erano di tutte le fogge e misure: a forma di pinguino, di fungo, di pera, di dispensa (10 cm x 10) e di fragole sconce. Soprattutto, erano appiccicati al muro con la cementina. Vi dico solo che per rimuoverli  il romantico ha impugnato martello e scalpello e nonostante tutta l’accortezza impiegata nell’operazione, ci siamo giocati due mattonelle della cucina, prontamente sostituite da un trio provvidenziale di operai che è venuto a farci il sopralluogo di domenica e il mercoledì mattina alle 8 era già al lavoro.
Qui sotto potete ammirare lo storico momento della rimozione dell’appendino a forma di fragole sconce.

Dallo scalpello saremmo volentieri passati all’asfaltatore, quando ci siamo trovati a rimuovere la graziosa grata verde sul terrazzo – o come la chiamiamo noi, l’abuso edilizio – di fronte al quale tutti coloro che hanno visto la casa sono indistintamente inorriditi, sottraendosi a stento a conati di vomito e svenimenti per troppa bruttura. Concepita da una mente malata per proteggere, pare, la privacy dei precedenti proprietari, è stata costruita usando un reticolo verde da giardino, una copertura di plastica, sbarre di alluminio, ganci, viti e bulloni piantati un po’ alla come viene viene. Il tutto condito da ampie tracce del passaggio di piccioni negli ultimi 10 anni almeno. Gli uomini di casa ci hanno messo non so quanto tempo e sudore a rimuoverla, rischiando di contrarre – nell’ordine – tifo, malaria, scarlattina e febbre gialla.
Adesso, però godiamo di una vista molto gradevole. Ma a voi vogliamo ricordarlo così, l’abuso edilizio (lì, proprio dritto davanti a voi, nella foto del balcone del post precedente).
C’è stata poi un’intensa attività di rimozione di almeno 100 litri di terra vecchia e cementificata nelle fioriere del balcone, con contestuale esplosione di terra di una radice gigantesca di pianta resistente a tutto.  In sintesi, abbiamo continuato a spurgare terra e polvere dai pori e dai capelli per tutta la settimana successiva.

Le fioriere

 

Infine, la sfida delle sfide: il montaggio del cassettone. Tra alterne fortune e divertiti sfottò all’Ikea al grido di “da giovane facevo il falegname, ora la trovo io la soluzione al piolo spanato di truciolato, caro il mio colosso svedese”, Daddy Curva e il romantico si sono cimentati in questo momento di forte costruzione dell’identità di gruppo, conclusosi a pacche sulle spalle e sorrisini compiaciuti come mai prima.

Daddy Curva vs Ikea

 

Per ora è tutto. Stay tuned e…che il dio dei falegnami sia con voi! tutto per adessoIn rtIn  

 

::: Casa Curva :::

 

 

Siamo nuove, l'una per l'altra. Io e questa casa dobbiamo parlare, conversare, abituarci l'una all'altra, abitarci l'una nell'altra.

Quattro chiacchiere si faranno en plein air qua sopra, per tenervi aggiornati e raccontarvi la casa e le sue trasformazioni. Sì, perché, insomma…se "Curva" trova casa, una casa fisica intendo, vale decisamente la pena documentarlo ufficialmente.

Dunque, partiamo dall'inizio: da come l'abbiamo vista la prima volta.
Così:

il soggiorno

la cucina

la camera da letto

il balcone

In questi giorni di dannato caldo agostano, abbiamo inaugurato il periodo di faticosissima tribolazione e risalita verso la "curvizzazione" della casa. Se volete sapere come va…restate sintonizzati!

E dunque…
"Che salpino le navi, si levino le ancore e si gonfino le vele, verranno giorni limpidi e dobbiamo approfittare di questi venti gelidi del Greco e del Maestrale, lasciamo che ci spingano al di là di questo mare"

 

::: Un giorno a Trastevere :::

 

Eh sì, abbiamo proprio detto un giorno, perché Trastevere non vuol dire solo bagordi alcolici notturni a piazza Trilussa.
Questo celeberrimo quartiere romano in versione diurna ha una luce per molti inedita, ma che vi consigliamo di andare a scoprire, magari un sabato, come abbiamo appena fatto noi.
 
Si parte con un po’ di shopping natalizio (è meglio cominciare a pensare ai regali no?) in uno dei negozi storici di Roma, che è anche un buon punto di partenza per un giro insolito a Trastevere. A via san Francesco di Sales, una stradina decisamente pittoresca, c’è la Cereria Di Giorgio, un luogo magico dove forme e profumi della cera si trasformano in un mondo da esplorare. 
Vi ritroverete avvolti in un piacevole non-luogo  il cui fascino è quello di farvi perdere la cognizione del tempo.
Il sabato la chiusura è alle 13.30.
 
Quando avrete finito di meravigliarvi in mezzo alle creazioni fantasiose della cereria, vi attendono altre opere d’arte.
 
A 200 metri dal negozio, a via della Lungara, c’è il Museo Corsini. Un piccolo gioiello poco conosciuto anche dai romani, che persino di sabato mattina riserva una quiete assoluta e capolavori d’intensa bellezza.
 
In quattro splendide sale, si affastellano – letteralmente – capolavori di Van Dyck e Rubens. A dire il vero, la sola presenza del “San Giovanni Battista” di Caravaggio (foto in copertina) varrebbe la visita: la sindrome di Stendhal è assicurata.
La Galleria, a causa del poco affollamento, rischia di chiudere. L’ottimo Philippe Daverio le ha dedicato una puntata di Passepartout, facendo un appello ai visitatori: venite a vederla, ne vale la pena!
In questo palazzo gentilizio visse e morì la fascinosa Cristina di Svezia, che proprio lì accanto volle riunire innumerevoli specie di piante nell’Orto Botanico di Roma, altra meraviglia tutta da esplorare, che magari vi racconteremo quando non diluvia.
E di fronte a questo spettacolo, ce n’è un altro: la Villa Farnesina che ospita l’Accademia dei Lincei è un gioiello architettonico affrescato tra gli altri,  da Raffaello e Del Piombo, tanto per dirne due. Ci andremo, promesso.
La cosa incredibile è che se fossimo in qualsiasi altro posto del mondo, questi sarebbero senza dubbio due dei musei principali; invece qui a Roma, abbiamo talmente tanta arte che a malapena li conosciamo.
Subito dopo, la casa natale di Claudio Villa ci ricorda che siamo nel cuore di Roma.
 
Dopo aver riempito gli occhi di tanta bellezza, è il caso di riempirsi lo stomaco: a due passi dal museo c’è il ristorante Miraggio Club. Non fatevi ingannare dal nome da riviera romagnola. L’atmosfera è quella delle trattorie alla buona: tovaglie a quadretti bianchi e rossi, locale spartano e cucina tradizionale. Oltre ai tipici piatti romani, il ristorante propone piatti semplici ma dal sapore sincero, assolutamente apprezzabile, a prezzi che è forse difficile trovare in trattorie ben più turistiche nel quartiere.
Cheppoi forse non tutti sanno che il Miraggio non è altro che la succursale del noto stabilimento-ristorante di Fregene, noto perché si mangia bene il pesce e perché in loco si possono consumare le zoccolette con la Nutella. Ovvero pasta di pane fritta intrisa di Nutella. Voi ci direte: si trovano anche qui a via della Lungara? La risposta è sì. Solo che non c’era lo stomaco per provarle.
 
Il conto? Pane, una bottiglia d’acqua, una birra piccola, una porzione di bruschette ai porcini, due supplì, una pasta e ceci e uno spaghetto alla mediterranea, due caffè: 33 euro.
 
Ora che vi siete rifocillati, se è una bella giornata è decisamente il caso di girovagare senza meta tra le viuzze di Trastevere: scoprirete scorci, rumori, odori di un quartiere che è l’esatto opposto del chiassoso caos notturno, un luogo dove regna una tranquillità rara nella capitale.
 
Se invece piove, come è capitato a noi oggi, andate a vedervi un bel film alla Sala Troisi: cinema grande, sala unica (oooh sì!), un signore e una signora anziana servono le cibarie alla fine del primo tempo vestiti coi grembiuli della Crik Crok.
Finché è ancora nelle sale – è uscito venerdì scorso, ma vista la scarsa e deplorevole distribuzione forse non durerà molto – vi consigliamo vivamente di andare a vedere Scott Pilgrim vs the world: due ore di intelligenti risate e sfrenatezza visiva da non perdere. Ma questo ve lo racconterà Ataru in altri lidi.
 
A questo punto è ora di tornare a casa: c’è ancora tempo per farsi una doccia, preparare la cena e godersi i benefici effetti di una giornata tanto intensa ed insolita.

::: Birger la Rana presenta: otto dritte prima di andare Stoccolma :::

CRA a tutti! Mi presento, sono Birger la rana. Mi chiamo così in onore di Birger Jarl, il leggendario fondatore della città di Stoccolma, che è la prima che ho visitato in tutta la mia vita.

Mi piace molto viaggiare e seguire i miei padroncini quando saltano su un aereo, una macchina o un treno. Lascio il mio stagno e le mie ninfee per scoprire posti nuovi e mi piace anche raccontarli. Quei due sfaticati hanno aspettato quasi tre mesi per scrivere questo post e alla fine l’hanno affidato a me. E vi dirò che la cosa mi piace molto. Ecco allora alcune dritte utili se mai vi capiterà di andare a Stoccolma. Tenete presente che io ci sono stato ad agosto.

A Stortorget

  • ACQUA: gli svedesi amano l’acqua aromatizzata a qualunque gusto vi venga in mente. Quella naturale, che a me piace di più perché ci sguazzo dentro, è quindi spesso difficile da trovare in bottiglia e costa un capitale. Per non perdere tre ore del vostro tempo a spiegare che no, non volete quella al mandarino, al mirtillo o all’alce, e per evitare di spendere una fortuna, al ristorante ordinate un bicchiere o una caraffa d’acqua naturale. Sorpresa sorpresa: è gratis!!!
  • TOILETTE: si sa, quando si sta in giro per ore a un certo punto…scappa! Per i bagni gratis, potete andare alla Kulturhuset: al piano basso, quello del bar, ci sono delle toilette molto trendy e soprattutto gratuite. CRA CRA!
  • MAL DI PIEDI: se avete il mal di piedi a forza di saltellar…ehm…camminare per tutti gli angoli della città, la risposta è ancora la Kulturhuset: comodi divanetti a disposizione e una biblioteca aperta a chiunque voglia passare un po’ di tempo. Se poi volete fare un pisolino, chiacchierare o semplicemente guardarvi intorno, va bene lo stesso.
  • AEROPORTO: nel piccolo aeroporto di Skavsta, c’è un solo posto per mangiare e vi dirò che non si mangia poi così male, anche se non hanno i miei moscerini preferiti. Però se qualcosa di quello che avete ordinato non è pronto, preparatevi a ricevere un marchingegno strano. Una specie di teledrin del cibo, che vi avvertirà quando il pasto è pronto e dovrete andare a ritirare il vostro megahamburger con patatine o il vostro megasalmone con tanto sesamo sopra.
  • BANCOMAT: non bastando il problema di farsi due conti con le corone, che in linea di massima si risolve tipo: 200 corone sono 20 euro, spicciolo in più o in meno. Non bastando questo problema, ecco che se non andate allo sportello giusto, i bancomat svedesi potrebbero combinarvi qualche scherzetto. Se dopo aver inserito la carta leggete tekniska-qualcosa, è possibile che lo sportello non gradisca il microchip italiano. Cosa fare? Imprecare, piangere, strepitare, gracidare in aramaico, sì. Ma anche cercare un bancomat della SEB, al secolo  Skandinaviska Enskilda Banken. Se vi dà problemi anche quello, espatriate in un altro stato o in un altro stagno.
  • QUALCOSA DI CALDO: Sturekatten è un appartamento in cui l’atmosfera si è fermata agli anni ‘30. Al primo piano del palazzo c’è il signor Johansson, che suppongo sia il proprietario. Sali le scale e ti ritrovi davanti a un bancone di dolci intrisi di cannella e cioccolato. Ai lati, puoi scegliere il salotto che preferisci. Sono due e sono salotti in tutto e per tutto. Cioè sei a casa di qualcuno. E devi farti tutto da solo: ordini una cioccolata calda, una fetta di torta, te li danno e tu te li porti al tuo bravo tavolino antico. Se invece vuoi un thé, in mezzo alla sala c’è un tavolo dove puoi servirti di acqua calda, bustine di thé, zollette di zucchero bianche o nere, latte e via dicendo. Non aspettare che qualcuno venga a prendere le ordinazioni, perché non verrà. Ci sono gatti di tutti i tipi: quadri, statuine, cartelli, soprammobili. E se piove e fa freddo, l’atmosfera è assicurata. Magari la qualità non è eccelsa, ma non si può avere tutto. Meow! Aiuto! A me non stanno poi così simpatici quei felini pelosi.

Da Sturekatten 

  • ZANZARE: yum! Succose bestiole! Stoccolma ne è piena anche se fa freddo. Splendidi e giganteschi esemplari si trovano in riva al lago Malaren a Drottningholm, ma anche in centro città. Per me è una pacchia, per voi umani un po’ meno. Portatevi uno spray repellente o compratelo in loco!
  • PRANZARE DA(L) RE: se vi trovate in visita ufficiale al castello di Drottningholm, residenza degli amatissimi reali svedesi, e dovete pranzare, non fatevi concupire dal costoso bar all’ingresso principale. Visitate il castello, poi imboccate la umida via (aaah che paradiso per noi batraci! Ma davvero mi chiamo batrace??) che porta al Kina Slottet, il padiglione cinese, poco prima vi imbatterete in una costruzione bassa, in pietra, con del fumo che esce dai comignoli. Lì, fermatevi! Alla sola luce delle candele, potrete gustare degli squisiti panini e dei meravigliosi dolci, o più semplicemente una tisana riscaldante. Il tutto a prezzi ben poco svedesi: meno trendy, ma decisamente d’atmosfera!

Al prossimo viaggio…CRACRACRA  a tutti!

Birger la Rana, per la redazione di Curva Ottica.

ZENA (GENOVA) LA SUPERBA
 
(on the air: Fabrizio De Andrè – Creuza De Mä)
 


Quando il treno della speranza, l'Eurostar City, quello che si crede un Eurostar ma rimane un Intercity, tocca la stazione di Genova Brignole, capisci che la sofferenza sta per finire: manca solo Genova Principe eppoi potrai cominciare l'esplorazione. I finestrini ci hanno raccontato l'alto Lazio, la Maremma toscana, la Lunezia, il Levante genovese. Tutto molto bello, però è la dodicesima stazione, come la via crucis.
Per raggiungere il bed&breakfast bisogna salire su verso il Righi, il colle più alto di Genova, che ci sarebbe la funicolare ma è chiusa per manutenzione una volta ogni dieci anni e ci caschiamo proprio noi. Quando poi l'autobus ti lascia davanti a una via fatta di scalette mattonate in compagnia di trolley e zaini, capisci prima di altri visitatori che cos'è una crêuza. E lo capisci bene, visto che la casa che ti ospiterà è arrampicata su una di queste antiche vie che dal colle scivolano giù fino al mare. Bello, ma faticoso. E i polpacci, che non hanno occhi per vedere, dicono solo faticoso; del bello gliene frega tanto quanto.

Zena la Superba ci si svela nemmeno troppo lentamente. Il tempo di mangiare un panino con un finto hamburger dentro, che sono le quattro del pomeriggio e si precipita giù al Porto Antico. L'acquario è la prima tappa. I colori da fiaba ci incantano per un paio d'ore e la discesa negli abissi non è mai stata così piacevole.
Genova è un porto di mare, in tutti sensi.
Gente che va, gente che viene, odori, sapori, colori, facce, tutto sa di mare.
Questa città così particolare sembra avere tante anime diverse: ha un contrasto sostanziale nel centro storico, per certi versi maestoso con i giochi  d'acqua di piazza De Ferrari, i nobiliari palazzi del sistema dei Rolli, dai cui tetti si gode di un panorama mozzafiato, i portici gotici di via XX settembre. Ma tutto ad un tratto si fa popolare nei caruggi, i vicoli che la rendono unica al mondo. Sono talmente tanti che persino io che sono di Roma e sono abituato a vederne tanti, resto senza parole. Un reticolato incredibile, un dedalo inespugnabile dove in certi casi non filtra nemmeno la luce del giorno. Inevitabilmente ne risente la pulizia e di notte un po' anche la sicurezza, se è vero che soltanto affacciarsi in alcuni anfratti non ti fa sentire proprio tranquillo.
Nei caruggi si diffonde un buon odore di kebab. Praticamente ogni vicolo ha il suo kebabbaro. L'immigrazione qui è molto più africana che cinese, lo si capisce dai ristoranti.

Se la vita è fatta a scale, Genova lo è di più. Vicino al belvedere di Spianata Castelletto, è facile sentirsi vicini al cielo, per quello strano effetto ottico che danno alcuni palazzi anche molto alti, ma relegati al di sotto della strada che stai percorrendo. Tetti così vicini che se vuoi puoi farci una passeggiata sopra. È qui che ti rendi conto che questo lembo di terra che risponde al nome di Liguria è letteralmente fatto a strati, e che la gente di qua, s'è fatta un mazzo così per arrampicare le case e la vita come se ci fossero delle mensole e si cercasse di far rientrare tutto lì sopra, anche il più brutto dei soprammobili. Anche le bandiere delle due squadre di calcio.
Oh a proposito: genoani, svegliatevi! Le bandiere della Samp sono molte di più!
Scale, funicolari, ascensori, tutto fa brodo per salire e scendere. In Italia ne ho visti di posti così (Perugia, Urbino etc.), ma nessuno come Genova.
Io che sono abituato a ricollegare tutti i posti che ho visto, trovo analogie con Lisbona, Barcellona, persino Venezia. Basta un angolo di strada per dire che qui sembra lì.

I genovesi sentono caldo e scappano al mare, chi sulla spiaggetta cittadina di Boccadasse, chi a Rapallo, chi a Chiavari, chi come noi si allontana un po’ di più per godere l’incanto della Baia del Silenzio a Sestri Levante.  
Per capire questa città così intricata puoi ascoltare Fabrizio De Andrè. A me non ha mai fatto impazzire, ma come ho già detto altre volte, tutto ha un senso e un luogo.
E quando Faber raccontava via del Campo, questa era diversa. Adesso la canterebbe con gli alimentari etnici, gli odori di cucina araba, le facce di ogni colore e i turisti che cercano lui proprio qui. Non perderebbe la poesia, sarebbe solo più moderna.
Insomma per capire Genova, bisogna farsela raccontare dai genovesi. O da chi ci vive da più di qualche annetto. E allora quale migliore occasione per andare a trovare Mitì Vigliero aka Placida Signora? Complice il lunedì di riposo di buona parte dei ristoranti, stiamo a cena a casa sua e parliamo di Genova e di web davanti a un bel piatto di pansotti alle noci che più buoni non si può.  Focaccia, torta di bietole, tutto in Zena-style. E le ore scorrono veloci che quasi non vorresti più andartene e continuare a farti affascinare da storie e storielle, aneddoti e curiosità. Per un attimo persino i polpacci dimenticano la crêuza lì accanto e si godono l’aria rinfrescata dall’imbrunire.
 
Genova è ritrovarsi dentro un sottomarino vero (sconsiglio vivamente chi soffre di claustrofobia), il Nazario Sauro, alla fine della visita di un museo del mare, Galata, all’avanguardia e all’altezza di tanti musei europei, soprattutto per interattività. Ma attenzione, se al Porto Antico il turismo funziona bene, tra Galata, il galeone di Polanski (quello usato in Pirati) e l’Acquario, nel resto della città forse si potrebbe fare qualcosa di più. Troppe chiusure i festivi e i lunedì, con il rischio di finire a mangiare dentro un bar stracolmo di gente e di piccioni perché altro non si trova. E pure le tradizionali botteghe storiche che sono parte del tour cittadino, sono serrate.
Dice che i genovesi si lamentano del poco turismo.
Signori, bisogna pure saperci fare, sennò non c’è trippa.
 
Se fai un giro in battello verso Pegli, che ormai è un quartiere come tutto il resto dell’hinterland (Sestri Ponente, Nervi, Sampierdarena etc.)  ti accorgi di quanto è grande il porto e del perché Genova era una repubblica marinara di tutto rispetto. Adesso la fanno da padrone i container cinesi, forse lavorano tutti al porto, i cinesi, ecco perché ci sono pochi ristoranti con le lanterne rosse. C’è gente che fa lavori di cui non ho nemmeno la più pallida idea e non mi vergogno a dirlo. Guardare il fervore portuale è affascinante e non lo sapevo.
E mentre il vaporetto scorre lento, più lento delle caravelle di Colombo, che da qui partirono, ti capita di vedere anche il decollo di un aereo, ché la pista dell’aeroporto è sul mare. Ed è sempre un bello spettacolo.
 
Genova è tutto questo, ma è anche cucina ligure, che è tra le mie preferite. Pesto fagiolini e patate, pansotti al sugo di noci, focaccia di Recco, farinata, panissa e chi più ne ha più ne metta. Tanto mangi e smaltisci sui saliscendi,  anche perché la metro ha sette fermate e non porta da nessuna parte, e gli autobus corrono talmente tanto che in salita fai step meglio che in palestra.
Personalmente consiglio le friggitorie di Sottoripa, i portici che interrompono il budello dei caruggi e affacciano sul mare. Chiedete alla signora di farvi accartocciare un po’ di fritti senza nemmeno saper niente, pagate e mangiatene tutti. Poi venitemi a cercare per farmi gli inchini.
 
La Superba è questa. Non ci vivrei mai, no. Ma l’affetto che provano i suoi figli per Lei, è tangibile e forte ed è segno che Lei si fa amare visceralmente senza fraintendimenti.
E questo direi che può bastare. 
 
 
in copertina: la nostra personalissima creuza
 

"And for every snake, a ladder will compensate"

NOW PLAYING: Rino Gaetano, "Sfiorivano le viole"

 

Ho provato per giorni a lasciarla decantare, perché ne affiorasse un colore unico e deciso. Eppure in superficie si raggranella una mistura di odori, silenzi bellissimi raccolti qua e là, angoli di paese più che di città, squarci azzurri, scuri vicoli e facce e paure. E’ un conglomerato di vite, Genova, un luogo di luoghi che ti mette di fronte alle tue fobie: le altezze e le distese, l’asfissia e l’afonia di doversi frugare le tasche e cercare la chiave per entrarci, dentro questa città.

Eppure la riconosco, Genova. Ne ricordavo palazzo san Giorgio sprizzante colore e regalità, con quella riga solida di cemento all’altezza dell’ultimo piano, quella tangenziale che è come se non ce l’avessero fatta a metterla un po’ più su perché non se ne percepisse la presenza. E’ un bel quadro con un baffo sgraffiato a penna da un ragazzino dispettoso, un seggiolino scomodo in un teatro splendido e tu devi concentrarti per dimenticare il fastidio e goderti lo spettacolo.

E dunque, sediamoci. Al porto antico a farsi bruciare dal primo sole che sfora dalle forme trasparenti e future che lo disegnano, nelle piazze col bar all’angolo affollato di vecchi che parlano una lingua sconosciuta, all’imbocco di vicoli chiusi alla luce e vivi solo al tono di voce troppo alto di qualche straniero che racconta un altro mondo al telefono. Quanti stranieri, quante facce bruciate e mani grosse e suoni da lingue inestricabili che t’instillano sotto pelle quel che non vuoi raccontare, quel sottile acido gelido brivido d’allungare il passo e sentirti sicuro, una volta svoltato l’angolo. Si sta scomodi su quel seggiolino. Ma bisogna non pensarci e continuare a guardare. La redenzione è presto servita a Via del Campo, che di De Andrè non so niente perché mi rattrista la sua voce e la sua faccia corrugata, però Via del Campo, Dio com’è bella. Quei profumi intensi e quelle strette di mano tra fratelli, fratelli di dove, di lontano, ma fratelli, quei colori netti, quelle insegne incomprensibili agli occhi ma non al cuore e all’abitudine: la macelleria, il fornaio, il barbiere perché tutto il mondo è un paese e ci vuol poco a farlo stare in una strada di una città che dentro ha i volti di altri luoghi, altre lingue, stesse storie. Basta andarle a ripercorrere al Museo del Mare, che il mare in un museo è un controsenso e si può giusto tentare di raccontare almeno un po’ delle vite che ci son passate sopra, come quelle delle facce scure e gli occhi spiritati di chi da qui arrivava di là, là, là, La merica. Allora, vedi? Tutto torna. E non può che essere così, nel ricircolo continuo per creuze e scalinate a scendere, che sembra dall’alto che ogni strada scivoli e rotoli giù a mare, inesorabile calamita di vite e viste. Ma il blu d’acqua sembra sempre lontano e non si sente se cammini i vicoli lunghi, al massimo ti picchia sulla spalla solo il suo alito allegro. Allora in questa città che per le sue longitudini ti fa formica, ti arrampichi su, fino al tetto di un palazzo da re, e scopri un’altra delle logiche di Genova, inafferrabile dal basso: è la crosta regolare che ricopre tutte le sue case, che colora di lavagna quella distesa che, ora sì, puoi raccattare almeno con tutti e due gli occhi. Il prezzo di una visione tanto chiara e coerente è comunque, ancora, quel senso di vertigine, di sindrome, di rollìo su terra ferma e testa altrove, che non mi ha abbandonata quasi mai. Se non dentro la casa, una casa, dentro la luce delle otto di giorni che si allungano e stiracchiano di caldo e tramonto, dentro i gesti di qualcuno che aspettavo di conoscere da tempo, dentro i sorrisi, le mani, il cibo cucinato da una Signora che fuma elegante avvolta dallo scintillio sparso per tutta la stanza da un cristallo appeso ad una finestra, e ti dici "è quasi una magia", ma il trucco non c’è e di fronte non ho più solo quelle sue parole, quella signora, ho una donna il cui sguardo, gli oggetti e le persone di cui si circonda, mi aprono un mondo inimmaginato di complessità e bellezza che, come Genova, ci vuole tempo e fiato e vita vera per raccontare.

TUTTI I PRONOMI DI BARCELLONA

(on the air: Macaco – Moving)

Il verbo essere coniugato e applicato alla mia seconda volta a Barcellona.

Io sono spagnolo. Anzi sono catalano. Ho orgoglio da vendere. Lo metto ovunque il mio orgoglio. Nella mia lingua prima di tutto: così vicina e così lontana dal castigliano. Ci metto l’orgoglio negli stemmi che dominano e colorano le vie, le insegne, i mezzi pubblici, il mare della mia capitale. Lo stesso orgoglio che mi trascina con altri novantamila allo stadio per una semplice amichevole contro gli odiati inglesi. L’orgoglio campione di Spagna e d’Europa, con un allenatore che si chiama Pep Guardiola e un capitano di nome Carles Puyol, catalani purosangue che mi danno il benvingut. Sono catalano fin dentro il piatto che ho sulla tavola. Sono catalano quando mi trucco perbene per fare il mio show di mimo professionista davanti a tutto il mondo pronto a sgranare gli occhi mentre fa lo struscio sulle Ramblas. Sono catalano e canto canzoni di protesta col mio gruppetto folk rock in mezzo alle viuzze del quartiere/paesino di Gracia, piene di festoni colorati, appunto per la Festa Maior de Gracia, che ogni anno si dipana durante la settimana di Ferragosto. Sono catalano e forse non m’importa nemmeno più di tanto se ho il mio skateboard e brucio l’asfalto della piazza antistante al MACBA (Museo d’Arte Contemporanea) nel malfamato quartiere del Ravàl o vado a inciuccarmi in qualche localino trendy del Born. Comunque io sono catalano, voglio la mia indipendenza e me la prendo anche sotto il re.

Tu sei latinoamericano. Non importa di dove: Perù, Cile, Uruguay, Argentina. O al limite sei filippino. Sei venuto qui perché ti integri facilmente, perché il tuo sangue s’è mischiato qualche secolo fa con quello dei conquistadores che hanno invaso la tua terra e ti hanno lasciato in eredità la stessa lingua. Sei ovunque. Sei un artista di strada che suona uno strumento andino, sei una signora con mille bambini da tenere d’occhio sull’autobus, sei uno studente col massimo dei voti, sei un tassista o un uomo d’affari, vendi le lattine di birra Estrella camminando per i vicoli del Barri Gotic, hai un banco di frutta variopinta al mercato della Boqueria, sei semplicemente un ragazzo o una ragazza che ha voglia di divertirsi sulle spiagge, nelle discoteche di una città che ormai è tua, magari già da un paio di generazioni. Qui, sei uno di casa.

Lui è senegalese. Ride poco, fa il lloguer de amaques i parasoles (noleggiatore di lettini e ombrelloni) su una spiaggia, la platja de la Mar Bella, che dovrebbe essere per i nudisti, e invece al massimo c’è un uomo nudo ogni tanto e tante signore e ragazze in topless. Non gliene frega niente. Non guarda in faccia nessuno, ride meno di zero, è un po’ acido ed è introverso. E a me fa pure un po’ strano, abituato a vedere spesso i grandi sorrisi bianchi degli ambulanti casinisti senegalesi di Roma, che di certo non se la passano meglio di lui. Prende i soldi per conto del comune, strascica nella sabbia i lettini beige piuttosto sporchi, apre e chiude gli ombrelloni rispettando ogni mattina le linee rette della spiaggia manco ci fossero dei segni per terra. Intercambia la maglietta ufficiale da noleggiatore con quella senegalese, porta i pantaloni lunghi e le scarpe da ginnastica. E a un certo punto pure lui che sarà abituato all’Africa, suda. Ogni tanto mister simpatia abbozza un sorriso, ma più che altro riordina i soldi; come quando decido di mollargli cinque euro in monetine molto spicce, sghignazzandogli alle spalle.

Lei è cinese. Ha un’età imprecisata dai 25 ai 40 e fa massaggi sulle platjas cittadine, da Nova Icaria a Bogatell, da Mar Bella a Nova Mar Bella. Unge e tocca corpi di ogni tipo. Dalle signore tettone in topless ad americani panzoni e viscidi non solo per l’olio solare. Accetta non tanto di buon grado le avances di un signore spagnolo di mezza età con accanto la sua compagna molto più giovane. Lei, la cinese, si guarda intorno imbarazzata e si rivolge ai vicini di ombrellone…hello massages. Ma alla fine cede all’offerta di un lettino sotto l’ombrellone, a sfilarsi per un po’ i jeans da lavoro e bersi una limonata ghiacciata. L’uomo laido pagherà il disturbo, oltre a farsi massaggiare, a piacioneggiare, a ballare e canticchiare insieme a lei, che fa sorrisi finti dando vita a una scena comica, ma che non ci sarebbe poi molto da ridere. Il tutto mentre Lady Laida si annoia senza mostrare un benchè minimo segno di gelosia. Lei non è mica l’unica massaggiatrice cinese. Ce ne sono tante e alzano più di qualche soldino, anche se l’igiene va a farsi fottere tra un massaggio senza guanti ad una schiena madida di sudore e un panino con la mortadella preparato per sè all’istante con quelle stesse mani. Ma non interessa a lei e nemmeno a coloro che come balene spiaggiate si fanno scrocchiare le ossa sotto il sole.

Noi siamo italiani. Siamo italiani quando ci ritroviamo ad incazzarci per le valigie disperse chi a Fiumicino chi a Malpensa. I miei timori prepartenza erano fondati: la Noe la recupera dopo tre giorni e dopo mille peripezie. La vacanza ci si rovinerà non poco. Siamo italiani quando prima origliamo i discorsi da spiaggia per averne la certezza, eppoi ci chiediamo a vicenda di controllare gli zaini lasciati sotto l’ombrellone mentre ce ne andiamo a fare un bagno. Siamo italiani e cafoni. Sempre i più cafoni. Non che i cafoni stiano solo da noi, eh. Però ci difendiamo bene. Esempio: c’è chi si lamenta perchè non gli servono la colazione in albergo. Motivo? S’è presentato due minuti oltre il  tempo limite. Che mi chiedo: ma se ti svegliassi due minuti prima e montassi in ascensore ancora cogli occhi chiusi, invece di frignare contro il personale anche fin troppo gentile con te? Altrimenti scegli la via di classe: fai il signore e vattene al bar di fronte, che il caffè lo fanno anche meglio. No, paghi altri otto euro, oltre ai quindici di default, smadonnando per un cappuccio e cornetto. Cafone e pure un poco coglione, se permetti. Siamo italiani e lavoriamo qui. C’è chi è sardo e fa il tassista. È partito per la Spagna per starci una settimana e poi s’è fermato dieci anni. Si accorge che siamo romani, ma ci racconta che ai milanesi non dice di essere italiano perché gli stanno sulle balle. Chi fa la commessa, chi serve cibo orientale rivisitato, in un locale chic sulla spiaggia della Barceloneta. Siamo italiane noi donne che svaligiamo negozi e centri commerciali perché qui Desiguàl costa molto meno che da noi. Ma ormai cosa c’è di Desiguàl nel nostro modo di vestire? Niente, siamo tutteuguàl. Siamo padri annoiati da bambini che strillano e non sanno dove si trovano perché sono troppo piccoli per capire il mondo, però si divertono da matti dentro il tunnel degli squali all’Aquarium. Siamo ragazzi venuti qui per rimorchiare, o di passaggio per andarcene a Ibiza o a Formentera e raccontare della ragazza ubriaca beccata in discoteca e conosciuta carnalmente fino all’alba. Eppoi creare un album di foto stronze su Facebook al ritorno, tanto per sentirsi uno stereotipo fino all’elastico del mutandone fuori dai jeans. Siamo italiani e ogni tanto, oltre che di tapas, sangrìa e paella, ci cibiamo anche di cultura restando scioccati dalle incredibili e crude foto di guerra -civile spagnola e seconda mondiale- del grande reporter Robert Capa e della sua compagna Gerda Taro, in mostra al MNAC – Museo dell’Arte Catalana. O restando ammirati davanti ai capolavori esposti al museo dedicato a Pablo Picasso e ammaliati dalle vecchie navi del Museu Maritimo. Siamo italiani, popolo di navigatori e viaggiatori. Ci ritroviamo in tanti fin sulla sperduta montagna di Montserrat a visitare un monastero sovrastato da veri e propri giganti di roccia. Del resto al porto vecchio c’è un italiano vissuto nel quasimilleccinque che scruta il mare in cima a una colonna altissima. Qui, il buon Cristoforo lo chiamano Colòm, forse per quello stesso strano meccanismo per cui da noi Thomas Moore si chiama Tommaso Moro e Descartes è Cartesio.

Voi siete americani. Nel senso di statunitensi. Siete tantissimi, più di quanto mi possa aspettare. Siete bianchi o neri, ma tendenzialmente vi si riconosce perchè vestiti male, tendenti all’obesità e l’inglese lo parlate come se aveste perennemente un chewingum di due metri cubi tra i denti. Appena vedete uno che potrebbe essere del vostro paese, lo salutate con enfasi. A noi è successo. Voglio sperare che abbiate equivocato solo per il nostro essere una coppia interrazziale. Perché per quanto riguarda lo smascellamento, l’obesità (pur non essendo io un peso piuma) e il vestirsi male, non ci siamo poi tanto. Vi cercate, giovani o vecchi che siate. Negli alberghi, per strada, al ristorante, sulle spiagge, vi conoscete e fate gruppetto. Siete figli di una superpotenza mondiale, siete apparentemente emancipati, eppure siete provinciali quanto quelli che abitando in un paese di due anime, se s’incontrano da qualche parte cominciano a parlare dei fatti dell’intero albero genealogico.

Loro sono francesi. Sono coppie in cerca di una vacanza romantica, famiglie con bambini e soprattutto tante, ma tante ragazze e ragazzine col naso all’insù e la erre moscia. La Francia è vicina e si vede. Tanto che forse, se dovessi dare un consiglio ai maschietti che hanno un debole per le francesi, gli direi di andare a Barcellona e non stare a perder tempo con Parigi. Loro sorridono maliziose, a volte parlano a voce alta a costo di sembrare maleducate e tutto sommato forse un po’ lo sono anche. Ogni tanto sono spocchiose – i luoghi comuni non sempre sono da crocifiggere- e quando ci capita di essere più rapidi di loro a sederci sull’autobus, c’è un minimo di soddisfazione, tanto per non smentire la naturale antipatia verso i cugini d’Oltralpe.

Barcellona vista per la seconda volta è tutto questo e molto di più. Va oltre la Sagrada Familia e le altre meraviglie di Gaudì, va oltre l’infida e tentacolare movida notturna incastrata tra il mare e le due torri grattacielo Arts e MAPFRE, va oltre se stessa. E il meltin’ pot, il punto di fusione, è totale. Accompagnato, a questo punto mi sembra quasi ovvio, dalla spietata aria rovente di un agosto in Catalogna.

FRESCA BARCELLONA

(secondo angolo)

 

Il vostro Dinamico Duo è molto poco incline ai climi caldi. Non v’è dubbio alcuno che Barcellona non sia da considerarsi una città fresca, anche se rispetto a buona parte della costa iberica, ha temperature gradevoli. Non vedrete mai il Dinamico Duo in quel di Sharm-el-Sheikh, ad esempio. Quindi se qualcuno dovesse recarsi qui su Curva con questa chiave di ricerca, non vi troverà che misere briciole.

In attesa di bighellonare per il Parc de la Ciutadella, che la scorsa volta abbiamo ignorato, vorremmo raccontarvi di situazioni catalane che fanno rima con fresco. Perché il viaggiatore che cammina sotto il sole, ha bisogno di una borraccia d’acqua dissetante, e se si svuota, non sempre ha l’opportunità di riempirla di nuovo, se non trova l’oasi in mezzo al deserto.

Noi , di maggio, qualche oasi l’abbiamo trovata.

E vi proponiamo quattro tappe alla ricerca della felicità. Una per ogni momento della giornata.

Mattina: l’idea è quella di visitare il Palau de la Musica Catalana. Un vero gioiello liberty, affascinante, accattivante e bellissimo che ha ospitato e ospita tuttora i grandi nomi della musica internazionale. Tante zone della capitale della Catalogna non colpiscono propriamente per bellezza. Ad esempio i dintorni della celeberrima Sagrada Familia non hanno un impatto eccelso con il nostro occhio. E lo stesso si potrebbe dire per le strade immediatamente sotto alla collina che ospita il Parc Guell. Qui vicino al Palau invece, è tutto tranquillo e verde. Rilassante quanto basta per fare una colazione al bar, appena usciti dalla metro Urquinaona, magari aspettando come noi il turno della propria visita già prenotata al Palau. Cullati da un leggero venticello, dal rumore delle foglie degli alberi, dal cornettone al cioccolato tipico di Barcellona (tipico per la forma, non certo per il gusto standard), da un caffè che si può miracolosamente definire buono. Andando direttamente al Palau che ci spunta improvvisamente sulla coda dell’occhio sinistro, trovate anche il bar del bookshop. Sedie, ombrelloni, una Schweppes al limone, una Coca Cola e sei pronto a ripartire per le dolorose discese agli inferi di Urquinaona, senza dubbio una delle più profonde e labirintiche fermate del metrò. Plaça Urquinaona, nel distretto dell’Eixample, è immediatamente a ridosso della Rambla e di Plaça Catalunya, nonchè attraversata dalla via Laietana che sfocia al mare, eppure di quel caos non si sente nemmeno un brusìo in lontananza.

Pomeriggio/1: i vicoli del Barri Gotic a volte non ti lasciano scampo. Sei lì in cerca di frescura e magari non c’è. Non c’è perchè ovviamente sono vicoli e in quanto tali sono chiusi, è lapalissiano. Eppure non va mai sottovalutata la possibilità di salvarsi in qualche modo dalla calura primaverile o estiva, ben più micidiale, cari lettori. E allora, come fare? Avete una qualsiasi guida per le mani? Diciamo qualsiasi perché dovete trovare la Cattedrale di Barcellona, niente di nascosto o complicato. La cattedrale che non si sa a quanti santi sia intitolata e quindi si preferisce chiamarla solo cattedrale. Se sono finiti i lavori di restauro (nel 2008 erano ferventi) si può certamente fare un giro a visitare uno dei simboli di Barcellona. Ma non è ciò che ci interessa di più, amici con la lingua per terra a causa del caldo. Costeggiando la piazzetta della cattedrale , cercate il chiostro delle Oche. Pagate (poco), entrate, visitatelo. Bello, fresco, pieno di oche (vedi foto in copertina – a proposito, tutte le foto che vedrete qui sono di nostra esclusiva proprietà). Una meraviglia, signori. Meraviglia completata dal dissetantissimo zampillo potabile collegato alle fontane in mezzo al chiostro. Ricaricare le pile in un luogo spirituale, di tanto in tanto, serve.

Pomeriggio/2: passeggiando per il Barri Gotic si possono trovare tante sorprese. Com’è successo a noi a Carrer de Jaume I di fronte all’ hotel Barcino, risalendo verso Plaça Sant Jaume, prima di arrivare alle scicchettose boutiques di Desiguàl, marchio top dell’abbigliamento patchwork che ormai è esploso anche da noi. Se una ragazza vi ferma mentre camminate davanti ad un negozio che vende frutta, tanta frutta, non quanta ne vedrete al mercato della Boqueria, ma comunque tanta frutta, ebbene fatevi fermare. Siete davanti a La Bordiny. La ragazza vi farà assaggiare un paio di shottini a base di frutta fresca. Di solito un mix di due o tre frutti differenti. Per cinque euro, dopo l’assaggino gratuito, deciderete di prendervene un bel bicchierone freddo. Come dite? No? Peggio per voi. Noi abbiamo smesso di avere caldo per una buona mezz’oretta, ci siamo dissetati e non abbiamo fatto altro che magnificare di quanto fossero buoni questi semplici frullati. E se non dovesse fermarvi la ragazza, fermatevi da soli.

Sera: le serate barcellonesi sono gradevoli, talvolta persino freddine, come ogni buon posto di mare che si rispetti. Ma se volete deliziarvi gli occhi e le orecchie e in più non vi siete ancora rinfrescati abbastanza, approfittate dello show idrico messo in scena ogni fine settimana in città. Non fidatevi  però di quello che leggete sulle guide o in giro. Chiedete a un taxista o un ufficio del turismo sia gli orari che i giorni della settimana. Le fontane magiche di Montjuïc sono uno spettacolo da vedere e rivedere. Ma visto che di certo ne avrete sentito parlare o ne leggerete altrove, noi ci limitiamo a descrivervi la sensazione di fresco che pervade Plaça de Espanya proprio sotto alla collina di Montjuïc. Acqua sparata in ogni dove, schizzi, aria umida ma accattivante, fino ad arrivare ad un anziano ma tattico maglioncino sulle spalle.

Insomma anche con più di 30 gradi e la borraccia agli sgoccioli, c’è sempre un’oasi che vi aspetta a Barcellona, basta saperlo.

Dove:

La mattina al Palau de la Musica Catalana

Il pomeriggio al chiosco della Cattedrale

Il pomeriggio a La Bordiny (special thanks to Luke Bcn)

La sera alle Fontane Magiche

DA CHE PARTE SI VA? 
(primo angolo)

Ci incamminammo in direzione della Barceloneta e, passo dopo passo, arrivammo fino al frangiflutti. La città, avvolta nel silenzio, si offriva al nostro sguardo emergendo dalle acque calme del porto come un miraggio. Ci sedemmo sul molo per contemplare lo spettacolo.

‘Questa città è magica, Daniel, ti entra nel sangue e ti ruba l’anima’.

Poco dopo Barcellona si tinse di una luce ambrata. In lontananza rintoccarono le campane della basilica di Santa Maria del Mar.

 

Vi ho appena svelato il finale di uno dei libri più venduti lo scorso anno. Poco male, perché la fine di quel libro è l’inizio di un altro viaggio, che porta sempre alla stessa meta, o almeno così credo.

La strada vira dritta di nuovo verso Barcellona: per me è la quarta volta, per il romantico la seconda. Siamo abitudinari, lo so, ma in una città sconosciuta generalmente siamo troppo presi a conoscerne gli angoli per riposarci, mentre stavolta vorremmo (ed il condizionale è d’obbligo) rilassarci e goderci l’atmosfera di totale svago presente in alta concentrazione in ogni millimetro cubo dell’aria locale.

L’idea è quella di raccontare l’attesa prima e la vacanza poi, tenendo salda la rotta tra i dettagli ghiotti , nel senso di mangerecci, ma anche musicali, letterari, geografici, toponomastici, modaioli e chi più ne ha più ne metta, che scopriremo via via e qualche spunto scrittorial-poetico-narrativo-più puramente blogghistico, che indubbiamente ci scapperà di bocca. Insomma, vorremmo provare a raccontarvi quella X presente nel titolo di questo progetto, ovvero  l’incognita che costantemente ci spinge sempre un po’ più avanti, più a fondo, dentro una città già conosciuta e amata, ma che ci dice sotterraneamente che c’è ancora molto da viverla. Tutto questo solo per i vostri occhi o, se preferite, per quando vi verrà voglia di andare a vedere di persona l’effetto che fa.

Il resto verrà da sé, ma il primo angolo di Barcellona ce l’avete già: lasciamo nello zaino per un attimo la scelta di una guida valida, cosa peraltro vitale – di cui magari parleremo un’altra volta – e cerchiamo una città i cui riferimenti non sono i numeri civici o i quadri d’unione di una cartina ma una certa panchina su cui si siede una donna dal nome indimenticabile, una certa afa, una certa tinta color seppia che su tutto si stende e ricolora.

 Dunque, iniziate a percorrere quel libro lassù:

 “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafòn – Bestsellers Mondadori, 12 €

 Iniziamo a partire.